SOA, LIPU e Forum Ambientalista hanno trasmesso alla Commissione Europea un dettagliato dossier sullo stato dei tagli boschivi nel sito Natura 2000 dei Monti Simbruini, denunciando una situazione che le associazioni definiscono di sostanziale deregulation forestale all’interno di aree teoricamente sottoposte alle più alte forme di tutela ambientale previste dalle direttive europee “Habitat” e “Uccelli”. Il rapporto, intitolato “Tagli boschivi nelle aree protette e valutazioni ambientali. Il caso-studio dei Monti Simbruini”, analizza 32 progetti di utilizzazione forestale presentati in appena tre anni e mezzo e autorizzati dalla Regione Abruzzo su una superficie complessiva di 723 ettari di faggete, querceti, castagneti e orno-ostrieti di elevato pregio naturalistico, equivalenti a circa mille campi da calcio.
I numeri emersi dall’indagine sono impressionanti e restituiscono il quadro di una gestione forestale largamente incompatibile con gli obblighi di conservazione imposti dall’Unione Europea. Complessivamente, i progetti prevedono l’abbattimento di oltre 100.000 alberi e l’asportazione di circa 776.200 quintali di legname, con singoli interventi che arrivano a interessare fino a 68 ettari consecutivi di bosco. In media, ogni progetto coinvolge circa 22 ettari di foresta. Ancora più grave è il fatto che il 71% degli interventi sia stato redatto dagli stessi due tecnici, senza il coinvolgimento di biologi, zoologi, ecologi forestali o specialisti delle specie protette che vivono nell’area.
Secondo il rapporto, il 97% dei progetti non contiene alcun monitoraggio di campo sulle specie tutelate presenti nei siti interessati dai tagli. Solo un progetto su 32 riportava dati reali raccolti sul terreno attraverso metodologie coerenti con le Linee guida nazionali per la Valutazione di Incidenza Ambientale approvate nel 2019. Addirittura, appena il 19% dei progetti citava tali Linee guida, senza però applicarle concretamente. Ancora più allarmante è il dato relativo al PATOM, il Piano d’Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano: anch’esso viene citato solo nel 19% dei casi, quasi sempre in modo formale e privo di conseguenze operative.
È proprio qui che emerge uno degli aspetti più preoccupanti per la sopravvivenza dell’orso bruno marsicano, una delle sottospecie di orso più rare al mondo, con una popolazione stimata oggi in circa 60 individui distribuiti prevalentemente tra Abruzzo, Lazio e Molise. Negli ultimi anni la specie ha mostrato una lenta ma importante espansione verso aree periferiche e corridoi ecologici esterni al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, tra cui proprio i Simbruini. Questi territori rappresentano zone strategiche per la dispersione dei giovani esemplari, per il collegamento genetico tra nuclei diversi e per la ricerca di nuove aree idonee alla colonizzazione.
Le grandi faggete mature dei Simbruini non costituiscono soltanto habitat di rifugio, ma anche aree fondamentali di alimentazione. L’orso marsicano dipende infatti strettamente dalla produttività forestale: faggiole, ghiande, frutti selvatici, insetti saproxilici e fauna minore legata al legno morto rappresentano componenti essenziali della sua dieta, soprattutto nei mesi autunnali precedenti il letargo. L’eliminazione sistematica degli alberi maturi e del legno morto impoverisce drasticamente la biodiversità del sottobosco e altera i delicati equilibri ecologici da cui dipende la specie.
Il rapporto sottolinea inoltre come l’assenza di “isole di biodiversità” lasciate integralmente intatte all’interno dei lotti di taglio impedisca la conservazione di microhabitat fondamentali per molte specie forestali. Il legno morto, spesso considerato erroneamente uno “scarto”, rappresenta invece un elemento ecologico cruciale: ospita insetti, funghi, piccoli mammiferi e uccelli specializzati, costituendo la base di intere catene alimentari. La sua rimozione sistematica impoverisce il bosco e accelera la trasformazione delle foreste mature in ambienti semplificati e biologicamente poveri.
Tra le specie maggiormente minacciate figura anche il rarissimo picchio dorsobianco, strettamente legato alle foreste vetuste ricche di alberi morti e marcescenti. La Stazione Ornitologica Abruzzese ha documentato recentemente la presenza della specie proprio in aree interessate dai progetti di taglio, nonostante i progettisti avessero dichiarato di non averne rilevato alcuna traccia. Questo episodio dimostra l’inadeguatezza delle valutazioni ambientali effettuate e il rischio concreto di distruzione di habitat prioritari senza alcuna reale conoscenza scientifica preventiva.
Le criticità riguardano anche il rispetto dei periodi riproduttivi della fauna. Lo studio evidenzia che il periodo autorizzato per i tagli si sovrappone mediamente per oltre 61 giorni alla stagione di nidificazione dell’avifauna protetta. Solo in due casi, e soltanto dopo le osservazioni presentate dalle associazioni ambientaliste, i calendari di taglio sono stati modificati per evitare interferenze con la riproduzione degli uccelli forestali.
A preoccupare è anche la debolezza del sistema di controllo pubblico. Il Piano di Gestione del sito Natura 2000 dei Simbruini, costato oltre 113.000 euro di fondi europei e redatto già nel 2014, non è mai stato approvato ufficialmente dalla Regione Abruzzo, così come risultano ancora bloccati i piani di gestione degli altri siti Natura 2000 regionali, costati complessivamente circa 4 milioni di euro. Nel frattempo, il Comune di Morino, individuato come ente gestore dell’area, non dispone di una struttura tecnica adeguata: i pareri sui tagli boschivi vengono spesso espressi dal solo geometra comunale.
Le associazioni denunciano infine il rischio che il ricorso sistematico ai tagli industriali trasformi i boschi appenninici da ecosistemi complessi e biodiversi in semplici aree produttive. Per questo chiedono il ripristino immediato delle misure di conservazione cancellate dalla Regione Abruzzo nove anni fa e propongono una serie di interventi urgenti: l’istituzione di “isole di biodiversità” integralmente escluse dal taglio, la tutela assoluta di almeno il 5% delle superfici forestali più pregiate, l’aumento della quantità di legno morto lasciato in bosco e l’introduzione di valutazioni ambientali realmente multidisciplinari.
La questione dei Monti Simbruini non riguarda soltanto la gestione forestale locale. È un banco di prova decisivo per capire se l’Appennino centrale sarà ancora in grado di ospitare specie simbolo come l’orso bruno marsicano oppure se, sotto la pressione di interessi economici di breve periodo, perderà progressivamente quelle caratteristiche di naturalità che ne fanno uno dei più importanti hotspot di biodiversità d’Europa.
> Leggi e scarica il rapporto completo.

