C’è una notizia che ogni biologo della conservazione spera di ricevere, ogni volta che inizia una nuova stagione riproduttiva: un’orsa è stata avvistata con i suoi cuccioli.
È quanto accaduto con Gabbietta, femmina di orso bruno marsicano nonché figlia di Amarena, brutalmente uccisa a fucilate da un uomo che oggi è sotto processo, che è stata osservata recentemente insieme a due piccoli nati quest’inverno. Un evento che va ben oltre la semplice cronaca naturalistica. Per una popolazione tra le più rare e vulnerabili al mondo, ogni nuova cucciolata rappresenta un tassello prezioso nella sfida contro l’estinzione.
Il futuro dell’orso bruno marsicano si gioca infatti su numeri piccolissimi. La popolazione conta poche decine di individui e la sopravvivenza di ogni femmina riproduttiva ha un peso enorme sul destino della specie. Ancora più importante è la sopravvivenza dei cuccioli nei loro primi anni di vita, il periodo più delicato, in cui mortalità naturale e minacce di origine umana possono compromettere il successo riproduttivo.
Per questo la presenza di due nuovi cuccioli accanto a Gabbietta è una notizia che merita di essere accolta con entusiasmo. Significa che il patrimonio genetico della popolazione continua a trasmettersi, che gli ecosistemi dell’Appennino sono ancora in grado di offrire le condizioni necessarie alla riproduzione e che gli sforzi di conservazione portati avanti negli ultimi decenni possono tradursi in risultati concreti. Ma proprio perché è una buona notizia, richiede una responsabilità ancora maggiore.
La curiosità non deve trasformarsi in pressione
Ogni anno, immagini e segnalazioni di orsi con i cuccioli generano inevitabilmente grande interesse. È comprensibile: assistere all’incontro con uno degli animali più iconici d’Italia è un’esperienza straordinaria. Il problema nasce quando la ricerca dell’emozione o dello scatto perfetto prende il sopravvento sul rispetto dell’animale.
Una femmina con i piccoli vive settimane di estrema vulnerabilità. Deve alimentarsi, spostarsi, evitare i maschi adulti – che possono rappresentare una minaccia per i cuccioli – e contemporaneamente tenere lontani potenziali disturbi. Qualsiasi pressione aggiuntiva può costringerla a modificare i propri comportamenti: abbandonare aree favorevoli all’alimentazione, aumentare gli spostamenti, consumare preziose energie o scegliere rifugi meno sicuri. Anche un disturbo apparentemente minimo, se ripetuto nel tempo, può avere conseguenze importanti.
La fotografia può aiutare la conservazione. Ma può anche danneggiarla.
Negli ultimi anni la fotografia naturalistica ha conosciuto una crescita straordinaria. Molte immagini hanno contribuito a far conoscere specie poco note, a raccogliere fondi per la conservazione e a sensibilizzare milioni di persone sull’importanza della biodiversità. Quando viene praticata con etica, competenza e rispetto, è una preziosa alleata della natura. Esiste però un confine sottile che non dovrebbe mai essere superato.
La ricerca scientifica ha infatti recentemente iniziato a documentare con crescente precisione gli effetti del disturbo umano sulla fauna selvatica. Studi condotti sugli orsi bruni in Scandinavia hanno mostrato che anche incontri apparentemente innocui con persone a piedi possono modificare il comportamento degli animali: aumentano gli spostamenti, diminuisce il tempo dedicato all’alimentazione e vengono evitati habitat favorevoli perché percepiti come rischiosi.
Per una femmina con due cuccioli, questi cambiamenti possono tradursi in un maggiore consumo energetico e in minori opportunità di alimentarsi proprio nel periodo in cui le richieste energetiche sono più elevate.
Il problema non riguarda soltanto gli orsi
Biologi della conservazione e fotografi naturalisti sottolineano da anni che il benessere dell’animale deve sempre prevalere sulla ricerca dell’immagine perfetta. Avvicinarsi troppo, inseguire un animale, costringerlo a reagire o interrompere comportamenti naturali come alimentarsi, riposare o accudire i piccoli significa anteporre una fotografia alla conservazione. A rendere tutto più complesso è un fenomeno relativamente recente: la presenza costante, nella nostra quotidianità, dei social media interpretati più come un’ossessione che come uno strumento tecnologico nato per collegare virtualmente le persone.
La diffusione immediata di fotografie e geolocalizzazioni attraverso i social media può trasformare un singolo avvistamento in un richiamo per decine di persone nel giro di poche ore. È un meccanismo ormai riconosciuto anche dalla comunità scientifica. Alcuni ricercatori parlano di “social media effect” o “Instagram effect” sulla fauna selvatica: immagini virali e localizzazioni condivise aumentano la pressione sulle specie più rare, tanto che in diversi Paesi gestori di aree protette e ricercatori hanno scelto di non divulgare i luoghi degli avvistamenti più sensibili o di limitare temporaneamente l’accesso ad alcune aree durante i periodi riproduttivi. L’orso bruno marsicano, per la sua rarità, è una delle specie che più avrebbe da perdere da questo fenomeno.
Il vero successo è non farsi vedere
La conservazione non si misura dal numero di fotografie pubblicate sui social network, ma dal numero di cuccioli che riescono a diventare adulti. Un obiettivo sottoposto a rischi crescenti ogni qual volta un luogo viene geolocalizzato, una segnalazione viene condivisa con leggerezza o decine di persone si riversano in una stessa valle nella speranza di un incontro ravvicinato.
Per questo, nonostante la nostra felicità nell’apprendere che l’orsa Gabbietta è diventata madre di due piccoli, non possiamo esimerci dalla responsabilità e dal dovere di chiedere rispetto e intelligenza nell’accogliere questa novità. Gabbietta, oggi più che mai non ha bisogno di spettatori ma di tranquillità. Ha bisogno di boschi attraversati in silenzio, di sentieri percorsi con rispetto, di persone capaci di rinunciare a una fotografia pur di lasciare spazio alla natura.
Per tutti noi è una rinuncia solo apparente. Perché il privilegio più grande non è tornare a casa con un’immagine esclusiva, ma sapere che quei due cuccioli avranno maggiori probabilità di crescere, disperdersi e, un giorno, contribuire a dare un futuro all’orso bruno marsicano.
La notizia che Gabbietta è diventata madre è un motivo di speranza. Facciamo in modo che resti tale.
In copertina: Gabbietta interagisce con un maschio durante la stagione degli amori. Foto di Federico Sevi.

