Da qualche tempo stavamo tenendo d’occhio un antico fontanile, risalente al 1906, che si trova nel Comune di Barrea. Consapevoli dell’importanza di queste fonti d’acqua per tantissime specie animali dell’area, ci siamo rimboccati le maniche e, grazie ad un piccolo fondo che avevamo raccimolato, siamo riusciti a sistemarlo ed a completare un lavoro giù iniziato dal Parco Nazionale.
Il nostro intervento si è concentrato sull’impianto di tubazione che collega le due vasche di captazione del fontanile e, dopo tanto tempo, finalmente l’acqua ha ricominciato a scorrere.
Ma perché questi interventi sono così importanti?
L’Appennino centrale è una delle aree carsiche più importanti d’Europa. In Abruzzo, in particolare, il fenomeno del carsismo interessa oltre un terzo della superficie regionale, modellando in profondità il paesaggio dei grandi massicci del Gran Sasso, della Maiella e del Sirente–Velino. Si tratta di un territorio scolpito dalla dissoluzione delle rocce carbonatiche – soprattutto calcari e dolomie – che, nel corso di milioni di anni, hanno dato origine a un mondo sotterraneo complesso fatto di grotte, inghiottitoi, fiumi ipogei e vastissimi acquiferi.
Il risultato è un paesaggio spettacolare in superficie, ma soprattutto un sistema idrogeologico delicato e fortemente vulnerabile.
Un’enorme “spugna” sotterranea
I massicci carbonatici dell’Abruzzo centrale ospitano alcuni dei più importanti acquiferi dell’intero bacino mediterraneo. Il Gran Sasso, ad esempio, costituisce un sistema idrogeologico calcareo-carsico di circa 1.000 km², con volumi d’acqua immagazzinati stimati nell’ordine di miliardi di metri cubi e una rete di sorgenti che alimenta l’approvvigionamento idrico di ampie porzioni della regione e oltre.
Questi sistemi funzionano come enormi serbatoi naturali: l’acqua piovana e quella derivante dallo scioglimento nivale si infiltrano rapidamente nel sottosuolo, alimentando circuiti profondi che emergono poi in sorgenti anche molto lontane dai punti di infiltrazione.
Proprio questa caratteristica rende il carsismo una risorsa strategica, ma anche un elemento di fragilità.
Perché il carsismo crea problemi di approvvigionamento idrico
A differenza degli acquiferi porosi (come quelli sabbiosi o ghiaiosi), quelli carsici hanno un comportamento idrologico molto “rapido” e disomogeneo:
- l’acqua penetra velocemente nel sottosuolo;
- la capacità di ritenzione superficiale è minima;
- la ricarica dipende fortemente da piogge e neve;
- i flussi sotterranei possono essere molto variabili.
Questo significa che il sistema è altamente sensibile alle variazioni climatiche. Negli ultimi decenni, infatti, l’Appennino centrale sta sperimentando:
- riduzione dell’innevamento invernale
- aumento delle temperature medie
- piogge più irregolari e concentrate
- periodi di siccità più lunghi
Diversi studi sui bacini carbonatici dell’Appennino evidenziano come la ricarica degli acquiferi sia strettamente legata alla durata del manto nevoso e alla sua fusione graduale, che rappresenta una delle principali “alimentazioni lente” delle sorgenti. Quando la neve diminuisce o fonde troppo rapidamente, l’acquifero riceve meno acqua e in modo più instabile.
Il risultato è un sistema che alterna fasi di abbondanza a periodi di forte deficit idrico, con conseguenze dirette sugli approvvigionamenti idropotabili.
La crisi climatica amplifica la fragilità del sistema
Il cambiamento climatico agisce come un moltiplicatore di vulnerabilità.
Nel contesto carsico appenninico:
- la minore persistenza della neve riduce la ricarica primaverile ed estiva;
- l’aumento dell’evapotraspirazione riduce l’acqua effettivamente disponibile per l’infiltrazione;
- gli eventi piovosi intensi aumentano il ruscellamento superficiale, riducendo l’assorbimento nel sottosuolo.
In un sistema già naturalmente “veloce” come quello carsico, questi fattori rendono più difficile garantire una disponibilità idrica stabile durante l’anno.
Non è un caso che molte sorgenti dell’Appennino centrale mostrino oggi una maggiore variabilità delle portate rispetto ai decenni passati.
Pozze e fontanili: infrastrutture ecologiche dimenticate
In questo scenario, un elemento spesso sottovalutato ma fondamentale è rappresentato dalle pozze temporanee e dai fontanili tradizionali che, negli ultimi anni, sono stati oggetto di una serie di interventi a cui abbiamo lavorato grazie al progetto Drop By Drop, finanziato dall’EOCA (European Outdoor Conservation Association) con l’obiettivo di salvaguardare la biodiversit appenninica tutelando gli habitat umidi.
Le pozze – naturali o artificiali – e i fontanili abbandonati svolgono infatti un ruolo cruciale perché trattengono acqua nei periodi secchi, riducono la distanza tra le specie e le fonti idriche, creano microhabitat stabili in paesaggi sempre più aridi, favoriscono la continuità ecologica tra ambienti diversi.
Nel contesto appenninico, dove la disponibilità idrica superficiale è limitata e stagionale, queste strutture rappresentano veri e propri “nodi ecologici” della rete ambientale.
Il valore per la biodiversità (e per la fauna simbolo dell’Appennino)
Le pozze e i fontanili sono essenziali per molte specie selvatiche, soprattutto in ambienti montani carsici dove l’acqua superficiale è rara. A beneficiarne sono gli anfibi (come tritoni e rane appenniniche) che dipendono da piccoli specchi d’acqua per la riproduzione, gli invertebrati acquatici che sostengono intere catene alimentari, insetti impollinatori che utilizzano questi punti come fonti di umidità, grandi mammiferi, inclusi cervi, caprioli e cinghiali, specie simbolo come l’orso bruno marsicano, che utilizza le aree umide per bere e alimentarsi indirettamente attraverso la rete trofica.
Per una specie altamente mobile ma ecologicamente esigente come l’orso, infatti, la disponibilità diffusa di punti d’acqua è un fattore determinante per la qualità dell’habitat, soprattutto nei mesi estivi sempre più secchi.
Ripristinare ciò che il territorio ha perso
Il progressivo abbandono delle attività agro-pastorali ha portato alla scomparsa di molti fontanili storici e alla mancata manutenzione di numerose pozze artificiali. In un contesto climatico in rapido cambiamento, questo rappresenta una perdita ecologica significativa. Ripristinare e mantenere queste strutture non significa “tornare indietro”, ma rafforzare la resilienza del territorio. Interventi relativamente semplici – pulizia, impermeabilizzazione naturale dei bacini, gestione della vegetazione – possono contribuire in modo concreto ad aumentare la disponibilità idrica locale, sostenere la fauna selvatica, ridurre la distanza tra habitat funzionali e mitigare gli effetti delle siccità estive.

