loader image

Si aggrava il bilancio degli avvelenamenti: respingere il ricatto, tolleranza zero per i criminali e per chi viola le regole

8 Maggio 2026 | comunicati stampa

Nuovi casi di avvelenamento nel PNALM, dopo quelli di Pescasseroli e Alfedena. Episodi che si ripetono anno dopo anno in tutta la Regione. SLO propone alle istituzioni competenti e all’opinione pubblica abruzzese una riflessione sulle cause del problema e sulle possibili soluzioni.

Proseguono senza sosta i ritrovamenti di esche avvelenate e carcasse nel PNALM e nella sua area contigua. Alla luce dei numerosi episodi dello stesso tenore rilevati e denunciati negli ultimi cinque anni da Salviamo L’Orso e dai nostri partner di REWILDING APENNINES, anche in aree esterne ai Parchi nazionali della regione, riteniamo necessario andare oltre la semplice indignazione. Negli anni passati, infatti, essa non ha prodotto alcun risultato concreto. Occorre invece un ragionamento più profondo sul perché questi episodi continuino a ripetersi e su quali contromisure e provvedimenti tecnici debbano essere messi in campo. Sempre che vi sia davvero la volontà, da parte delle istituzioni competenti, di stroncare queste pratiche criminali.

Per fornire un minimo di analisi e informazione a chi ci legge, va ricordato un dato fondamentale. Le campagne di avvelenamento legalizzato contro i cosiddetti “animali nocivi”, le cosiddette “pulizie di primavera”, in Italia sono state consentite fino agli anni ’70 del secolo scorso. Gli allevatori, e non solo, utilizzavano legalmente bocconi avvelenati, lacci e trappole contro i lupi e molta altra fauna, prima di portare gli animali al pascolo. Alla fine degli anni ’70 questa pratica è diventata illegale. Ciò è avvenuto grazie alla crescente consapevolezza del ruolo fondamentale dei predatori negli ecosistemi e all’introduzione degli indennizzi per chi subiva danni.

Oggi, qualunque cosa dicano coloro che vorrebbero tornare ai “vecchi tempi”, lo spargimento indiscriminato di esche avvelenate è illegale, criminale e totalmente ingiustificato. Si tratta infatti di una pratica che non discrimina e che devasta interi ecosistemi. Gli allevatori hanno a disposizione strumenti di prevenzione quasi gratuiti e possono accedere agli indennizzi in tempi sempre più rapidi.

Esistono però regole precise. Regole che riguardano la conformità delle aziende, la salute umana, il benessere animale e le strutture produttive, spesso fatiscenti. Eppure molti allevatori, o semplicemente proprietari di pollai abusivi, continuano a considerarsi “allergici” a queste norme. Per loro tutto è dovuto. Si ritengono al di sopra della legge e delle regole che milioni di italiani rispettano quotidianamente per garantire una civile convivenza.

Chi si lamenta della mancanza di indennizzi dovrebbe prima mettere ordine nella propria situazione. Inoltre, come molti fingono di non vedere, gli indennizzi sono diventati per alcuni allevatori disonesti una vera e propria fonte di entrata aggiuntiva. Il fatto che il Parco stia facendo del suo meglio è dimostrato anche da un altro fenomeno: alcuni pseudo allevatori, spesso pugliesi o laziali con residenze fittizie in Abruzzo e percettori di contributi assistenziali, trasferiscono qui i loro animali per poi mettere in scena la lamentazione del povero allevatore “rovinato dai lupi”.

Sgombriamo quindi il campo da un equivoco. I lupi avvelenati a Pescasseroli non sono il risultato dell’assenza di adeguati indennizzi. Si è trattato invece di atti criminali e coordinati. Atti volti a intimidire il Parco, colpevole di imporre regole a tutela delle leggi esistenti, del benessere animale e della salute pubblica. Regole sulle quali, troppo spesso, sindaci e ASL regionali chiudono entrambi gli occhi per quieto vivere.

Cosa si può fare concretamente per stroncare questa odiosa criminalità?

TOLLERANZA ZERO.
Non bisogna arretrare di fronte a questa offensiva criminale. Al contrario, occorre rendere ancora più efficaci e stringenti i controlli sulle aziende e negare qualsiasi indennizzo a chi non è in regola. Moriranno altri lupi e orsi? Forse. Ma è più importante respingere il ricatto e sradicare criminalità e ignoranza. Ora o mai più.

INDENNIZZI EQUI E VELOCI.
Gli allevatori onesti hanno il sacrosanto diritto a essere indennizzati quando subiscono danni dalla fauna selvatica, che è patrimonio dello Stato. Va quindi migliorato ulteriormente il sistema degli indennizzi per chi è in regola. Questo richiede più risorse umane e finanziarie, che Stato e Regione devono mettere a disposizione dei Parchi nazionali e regionali.

VIGILANZA E REPRESSIONE.
La vigilanza istituzionale va rafforzata. Devono farlo sia gli Enti Parco sia i Carabinieri Forestali, che hanno piena responsabilità anche nelle aree esterne ai parchi. I Carabinieri Forestali devono inoltre potenziare le unità specializzate nell’antibracconaggio e intensificare i controlli sugli allevamenti nelle aree colpite da avvelenamenti. Prevenire è meglio che reprimere, ed è anche più semplice. Non devono più esistere “zone franche” dove la legalità è un optional e l’illegalità viene tollerata.

SCONFIGGERE L’OMERTÀ.
Molti conoscono i responsabili di questi atti odiosi. Tuttavia, l’ignavia e il timore di rappresaglie prevalgono anche su chi vorrebbe parlare. Così si continua a proteggere criminali che gettano discredito e vergogna su intere comunità, comunità che vivono di turismo naturalistico e che rischiano danni economici enormi. Chi tace, pur sapendo, è complice.

L’omertà può essere contrastata anche con una semplice legge regionale efficace, sul modello della legge 21 novembre 2000, n. 353, la “Legge-quadro in materia di incendi boschivi”. In questo caso si potrebbe vietare, per almeno un anno, ogni attività di pascolo, legnatico, caccia e raccolta di funghi e tartufi nelle aree interessate da episodi di avvelenamento.

Si potrebbe inoltre prevedere un’area di esclusione circolare con un raggio minimo di 1000 metri dal punto in cui vengono rinvenute esche avvelenate o carcasse di animali morti per veleno. Un’area pari a circa 314 ettari.

La chiusura totale di un’area così vasta comporterebbe conseguenze importanti per tutte le categorie che la frequentano o la utilizzano, sia professionalmente sia per hobby. Questo favorirebbe una vigilanza continua e attenta da parte delle comunità locali. In caso di avvelenamento, infatti, tutti si vedrebbero privati dei propri diritti ancestrali a causa dell’azione di un criminale. Siamo certi che i risultati si vedrebbero immediatamente.

Concludendo, Salviamo L’Orso chiede al Ministero dell’Ambiente (MASE), al Comandante dei Carabinieri Forestali (CUFA) e al Governatore Marsilio, per quanto di rispettiva competenza, se si possa contare sul loro impegno per sconfiggere questi crimini infami. La soluzione esiste ed è semplice: più risorse per gli enti competenti e una nuova legge regionale. Basta volerlo.

> Scarica il CS – “Come vincere sui criminali” per diffusione