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Pizzone II: il MACSE rischia di riaprire la partita nel cuore dell’Appennino

27 Luglio 2026 | comunicati stampa

Sembrava destinato a rimanere fermo sotto il peso delle numerose osservazioni contrarie presentate nell’ambito della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Tra queste, spicca il parere fortemente negativo del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, che ha evidenziato l’incompatibilità del progetto con gli obiettivi di tutela dell’area protetta. Eppure il progetto Pizzone II potrebbe presto trovare una nuova strada per tornare in gioco.

Non si tratta soltanto di una vicenda amministrativa o energetica. In gioco c’è uno dei territori più importanti per la conservazione dell’orso bruno marsicano, una popolazione unica al mondo che sopravvive grazie all’integrità ecologica del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e delle aree circostanti. Questi ambienti rappresentano un mosaico di boschi, praterie e corsi d’acqua che consentono all’orso di alimentarsi, riprodursi e spostarsi, sostenendo allo stesso tempo una straordinaria comunità di specie animali e vegetali. Alterarne gli equilibri significa indebolire decenni di lavoro per la conservazione della biodiversità dell’Appennino centrale.

Il rischio si chiama MACSE

Il possibile rilancio del progetto passa attraverso il Meccanismo di Approvvigionamento di Capacità di Stoccaggio Elettrico (MACSE), promosso da Terna e approvato dal Ministero dell’Ambiente. Il sistema prevede l’assegnazione, tramite aste pubbliche, di contratti per la realizzazione di impianti di accumulo energetico.

Lo scorso 7 luglio è stata aperta la fase delle richieste di ammissione alla piattaforma, mentre la sessione d’asta telematica è prevista per il 24 novembre 2026. Proprio attraverso questo meccanismo, Pizzone II potrebbe rientrare tra i progetti destinatari di finanziamenti pubblici.

Un sistema che premia il gigantismo industriale

Il MACSE nasce con l’obiettivo di aumentare la capacità di accumulo del sistema elettrico nazionale, mettendo a bando un fabbisogno complessivo di 16 GWh. Tuttavia, il disegno del meccanismo appare fortemente sbilanciato a favore dei grandi impianti.

Gli operatori selezionati ottengono infatti contratti di lungo periodo che garantiscono un corrispettivo economico per la disponibilità della capacità di accumulo. In questo modo il rischio imprenditoriale viene quasi completamente azzerato: gli investimenti possono essere recuperati nell’arco di cinque-dieci anni, mentre successivamente gli impianti continuano a produrre utili. Se il mercato non remunera adeguatamente questi investimenti, interviene la collettività attraverso risorse pubbliche.

Il risultato è un sistema che finisce per incentivare opere sempre più grandi e costose, trasferendo sulla fiscalità generale parte dei rischi economici e creando una corsia preferenziale per i grandi proponenti.

Una transizione energetica che rischia di sacrificare la biodiversità

Il problema non riguarda soltanto il meccanismo economico. Le regole del MACSE non sono realmente neutrali dal punto di vista tecnologico: favoriscono infatti impianti di accumulo su larga scala, mentre risultano penalizzate le soluzioni distribuite, integrate con infrastrutture già esistenti e meno impattanti per il territorio.

Nel caso di Pizzone II, ciò significherebbe trasformare le valli tra Abruzzo e Molise in un enorme cantiere, con nuove gallerie, caverne artificiali e opere infrastrutturali funzionali allo sfruttamento degli invasi di Montagna Spaccata e Castel San Vincenzo.

Si tratta del cuore dell’Appennino centrale, uno dei paesaggi più integri d’Italia e parte dell’areale fondamentale dell’orso bruno marsicano.

Per una popolazione che conta poche decine di individui, ogni ulteriore frammentazione dell’habitat rappresenta un fattore di rischio concreto. I grandi cantieri, il rumore, il traffico dei mezzi pesanti, la presenza di nuove infrastrutture e la trasformazione permanente del territorio possono compromettere la tranquillità delle aree di alimentazione, di riproduzione e di spostamento della specie, riducendo ulteriormente la qualità ecologica di ambienti essenziali per la sua sopravvivenza.

Ma l’orso non è l’unica specie coinvolta. Gli ecosistemi del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ospitano una straordinaria ricchezza di fauna e flora: il lupo appenninico, il gatto selvatico, la lontra, il cervo, il capriolo, il camoscio appenninico, numerosi rapaci e specie vegetali di elevato valore conservazionistico. Alterare questi habitat significa compromettere gli equilibri ecologici che consentono la sopravvivenza dell’intera comunità biologica.

L’eventuale inserimento di Pizzone II nel MACSE rappresenterebbe inoltre un precedente gravissimo, capace di svuotare di significato le tutele previste dalla Legge Quadro sulle aree protette. Se anche un territorio riconosciuto a livello nazionale e internazionale per il suo valore naturalistico può essere sacrificato in nome della transizione energetica, il principio stesso della conservazione della biodiversità rischia di essere subordinato agli interessi economici.

Esistono alternative

Incrementare la capacità di accumulo del sistema elettrico nazionale può essere un obiettivo condivisibile. Ma questo non significa che le risorse pubbliche debbano essere indirizzate quasi esclusivamente verso opere di scala gigantesca.

Esistono modelli molto più compatibili con il territorio: sistemi di accumulo distribuiti, integrati con impianti esistenti, tecnologie innovative a minore impatto e il modello delle Comunità Energetiche Rinnovabili, che dimostra come una produzione e una gestione dell’energia diffuse possano aumentare la resilienza della rete, ridurre gli impatti ambientali e generare benefici economici e sociali per le comunità locali.

La transizione energetica non può diventare il pretesto per finanziare esclusivamente il gigantismo industriale. Innovare significa anche scegliere soluzioni che consumano meno territorio, valorizzano le infrastrutture esistenti e rispettano il patrimonio naturale.

La mobilitazione continua

Per il Coordinamento No Pizzone II la posizione non cambia: il progetto era e resta incompatibile con un territorio di straordinario valore ambientale.

Per questo è fondamentale che cittadini, associazioni, istituzioni e amministratori continuino a mantenere alta l’attenzione. Il rischio non è affatto superato e il MACSE potrebbe offrire una nuova opportunità a un progetto che sembrava ormai bloccato.

Non possono esserci compromessi né compensazioni quando sono in gioco l’integrità del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e la conservazione dell’orso bruno marsicano. La tutela di questa specie non riguarda soltanto il destino di una popolazione unica al mondo: l’orso è una specie ombrello, la cui conservazione garantisce la protezione di ecosistemi estesi e delle numerose specie animali e vegetali che li abitano. Difendere il suo habitat significa preservare la connettività ecologica dell’Appennino centrale, la funzionalità dei boschi, delle praterie e dei corsi d’acqua, assicurando un futuro anche al lupo appenninico, al camoscio appenninico, al gatto selvatico, ai grandi rapaci e a una biodiversità che rappresenta un patrimonio naturale di valore europeo.

La vera transizione ecologica non può limitarsi a ridurre le emissioni di gas serra: deve essere capace di coniugare sicurezza energetica, tutela della biodiversità e rispetto delle comunità locali. Finanziare con risorse pubbliche opere che compromettono gli habitat più preziosi dell’Appennino significa tradire proprio quei principi che la transizione ecologica dovrebbe perseguire. Per questo continueremo a opporci a Pizzone II e a ogni progetto che, in nome dell’energia, metta a rischio il capitale naturale più importante del nostro Paese.

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Foto di copertina: Coordinamento No Pizzone II